In un articolo del 2 aprile 2020 uno dei maggiori quotidiani italiani, il Messaggero di Roma, ci informa che un paese dell’entroterra laziale a ridosso del Sublacense, Bellegra, non registra finora alcun caso di contagio da coronavirus, grazie alla tempestiva azione del suo sindaco, Flavio Cera.
Quando il 3 marzo scorso questi decideva di blindare il paese, 2800 anime abbarbicate sulla cima dei monti Ruffi a quasi 1000 m. di altitudine, molte persone e anche alcuni sindaci dei paesi vicini lo hanno preso per folle. Ma il primo cittadino di Bellegra si dimostrava irremovibile, decidendo di fare tesoro dei consigli che gli arrivavano dai suoi colleghi del bergamasco del bresciano, tanto che oggi può giustamente dire di aver avuto ragione.
Infatti Bellegra oggi è tra pochissimi comuni italiani che non ha registrato alcun caso di positività. «Nemmeno uno e speriamo che il nostro santo patrono, San Sisto, ci protegga ancora» ha raccontato al quotidiano il primo cittadino che ha persino consacrato il suo paese al patrono locale. «Lo portiamo in processione ogni anno san Sisto. Pensi che ho deposto ai suoi piedi la fascia tricolore. La riprenderò quando sarà finita l'epidemia». Invece nei centri vicini, da Olevano Romano ad Affile, da Subiaco a Rocca Santo Stefano e Genazzano l'epidemia sta facendo registrare diversi casi di positività tra gli abitanti.
Pur non essendo certo cattolico o d’ispirazione cattolica, il giornale riconosce la benevolenza di san Sisto Papa e Martire, ma poi alla fine ipotizza che a fare la differenza sia stata la prontezza con cui il sindaco ha applicato i consigli dei suoi colleghi del Nord.
Ora è ovvio che anche l’intercessione di un solo santa basta e avanza per ottenere una grazia, ma il caso di Bellegra è un po’ speciale, nel senso che forse non molti sanno che questo paese è noto per ospitare un po’ fuori dell’abitato un antico eremo-ritiro francescano, un convento forse unico al mondo dove sono passati qualcosa come cento religiosi tra santi e beati, molti dei quali vi sono anche sepolti.
Senza voler togliere nulla ai meriti del Sindaco secondo il vecchio detto “Aiutati che Dio ti aiuta”, se a san Sisto sommiamo anche questi santi e beati, ne risulta una “potenza di fuoco” impressionante, tanto per usare un termine militare, di fronte alla quale non c’è virus che tenga. Si potrebbe obiettare che anche altri centri del circondario godono dell’influenza di grandi figure, basti pensare anche solo a san Benedetto a Subiaco e alla Madonna del Buon Consiglio a Genazzano, ma evidentemente i bellegrani hanno pregato e continuano a pregare di più e meglio.
“Nido di santi”: non a caso era questa infatti la definizione usata da Mons. Mauro Parmeggiani, Vescovo della Diocesi di Tivoli-Palestrina di cui fa parte Bellegra, per descrivere questo convento francescano nella sua omelia alla messa solenne in onore del beato fra’ Diego Oddi da Vallinfreda.
Vallinfreda, ridente borgo nelle estreme propaggini settentrionali della suddetta diocesi in provincia di Roma, si affaccia sulla piana del Cavaliere, porta d’ingresso della Marsica, e quindi d’Abruzzo, per quanti percorrono la vecchia Tiburtina Valeria o la più recente autostrada A-24 Roma-L’Aquila.
Ma che cosa c’entrano il beato Oddi e il suo paese natio con Bellegra? C’entrano eccome: si tratta del più recente esempio di religioso santificato che riposa nell’eremo francescano di Bellegra. Ed infatti la messa celebrata da mons. Parmeggiani nella chiesa parrocchiale di San Michele Arcangelo a Vallinfreda era il momento centrale delle due settimane di festeggiamenti che dal 4 al 18 agosto hanno commemorato tre anniversari del Beato: i 180 anni dalla nascita (6 giugno 1839), i 100 anni dalla morte (3 giugno 1919) e i 20 anni dalla beatificazione, proclamata solennemente il 3 ottobre 1999 da Giovanni Paolo II in piazza San Pietro.
Con l’occasione, venivano offerte alla venerazione dei fedeli le reliquie del Beato, ossia le spoglie mortali fatte giungere appositamente da Bellegra, dove trascorse la maggior parte della sua vita.
Come detto, Giuseppe Oddi nacque a Vallinfreda il 6 giugno 1839 e trascorse l’infanzia e la giovinezza tra il lavoro dei campi, la vita in casa e il tempo dedicato al catechismo e alle funzioni religiose. La sua vocazione venne maturando mentre accompagnava per la questua i frati che giungevano a Vallinfreda dal sacro ritiro di san Francesco a Bellegra, cittadina che si trova su uno dei percorsi che anticamente collegavano Roma a Subiaco e da cui non è molto distante. Qui infatti spesso faceva tappa san Francesco durante le sue visite ai benedettini di Subiaco, mentre era a Roma per l’approvazione della Regola del suo ordine.
Il Santo restò colpito dalla cornice suggestiva nella quale era immerso il luogo, incastonato nel verde dei castagni e dei faggi della natura dei monti Simbruini e nel 1223 ebbe la possibilità di stabilirvisi con i suoi frati. Ma san Francesco non lasciò in dono solo il convento, ma ancora più importante lo spirito che avrebbe informato la vita religiosa dei suoi frati nei secoli a venire e quindi per l’eternità: sono quattro i diversi gradi di santità (servo di Dio, venerabile, beato e santo) e si calcola che su questa lista siano quasi cento i religiosi che sono passati per il ritiro-convento francescano di Bellegra, quindi “nido di santi” nell’espressione usata da mons. Parmeggiani o più popolarmente noto come “fucina di santi”.
Un precedente paragonabile nella storia della Chiesa potrebbe forse essere l’antica abbazia benedettina di Cluny, all’apice del suo splendore e della sua influenza dalla seconda metà del X secolo fino ai primi anni del XII. Con la differenza però che qui si parla di molti secoli fa, mentre la “produzione” di Bellegra arriva fino ai nostri giorni e continuerà anche in futuro con il completamento degli iter di canonizzazione in sospeso. Ecco alcuni nomi di queste sante figure, da san Tommaso da Cori a san Teofilo, dai Venerabili Filippo da Velletri, Franceschino da Ghisoni e Samuele Farnese ai beati Mariano da Roccacasale e per finire appunto al nostro beato Diego Oddi da Vallinfreda, che a 32 anni, su consiglio del beato Mariano da Roccasale, entrò nell’eremo di Bellegra vestendo l’abito francescano: il 6 maggio 1889 professò la Regola di San Francesco ed emise i voti solenni il 16 giugno 1889.
Da allora, sin quasi alla fine del 1917, esercitò ininterrottamente la questua che l’ha reso famoso ovunque, testimoniando la sua fede con il buon esempio, la penitenza e la preghiera e prestando opera di concordia e pace tra le famiglie (e sappiamo qual è il tasso di litigiosità degli italiani), di conforto e consolazione per i malati, di speranza e ottimismo per i bisognosi. Morì cantando le lodi di Maria il 3 giugno 1919, all’età di ottant’anni e fu beatificato da Giovanni Paolo II il 3 ottobre 1999.
Ecco perché nella sua omelia mons. Parmeggiani ha giustamente sottolineato che quando il Beato andava per le strade e per le case a mendicare per i suoi frati e per i più poveri, “in realtà a chi gli apriva la porta … dava assai più di quanto chiedeva, sapeva trasmettere con la semplice parola, il consiglio, la testimonianza della vita umile, povera e casta l’amore grande di Dio”, come dimostrano la “grande stima e fiducia che tutti gli hanno dato, riconoscendo in lui un autentico uomo di Dio”.
Autentici uomini di Dio di cui oggi non si può non avvertire la mancanza, come giustamente notava padre Quirino Salomone, uno dei vari francescani delle vicine provincie intervenuti alle celebrazioni in onore del loro illustre confratello. Fondatore e padre spirituale del Movimento Celestiniano, nonché direttore del suo trimestrale la Perdonanza e rettore della basilica di San Bernardino a L’Aquila, padre Quirino lamentava che la figura del padre cercatore ormai non esiste più, specialmente a partire dal Vaticano II; eppure sarebbe una grave errore sottovalutare la sua portata e importanza.
Il frate cercatore era il frate addetto alla questua, sia per le necessità del convento, sia per fare provviste per i poveri che a loro si rivolgevano. A piedi, con la bisaccia a tracolla, o a dorso d’asino o di mulo, percorrevano le strade di campagna e andavano di casa in casa accettando tutto quello che veniva loro offerto, dal pugno di grano o di mais al tozzo di pane, alla bottiglia di vino o di olio. In genere ai frati cercatori tutti davano qualcosa, anche quelli che non andavano mai in Chiesa e non vedevano di buon occhio i preti.
Come aveva infatti sottolineato mons. Parmeggiani, queste figure di frati cercatori davano molto più di quanto ricevevano, e non tanto e non solo in termini di assistenza materiale ai più poveri, ma specialmente e soprattutto in termini spirituali, con il loro esempio di vita conforme ai più alti ideali evangelici. Anche se solo il Signore può misurare esattamente il bene immenso derivato dal loro contatto regolare e diretto con le persone e le famiglie visitate, nessuno può negare il contributo della loro azione apostolica alla stabilità familiare e sociale del loro tempo, che il mondo di oggi può solo sognare.
Tornando al nostro Beato, lungi dall’affievolirsi la fama di santità che l’accompagnò nella vita terrena si è andata sempre più consolidando dopo la morte e la sua tomba nella chiesa del ritiro di Bellegra è meta frequente di pellegrinaggi, così come sarà anche la sua casa natale a Vallinfreda, che verrà inserita in un “percorso di santità locale” per iniziativa della Diocesi di Tivoli.
I festeggiamenti sono cominciati il 4 agosto con il trasferimento delle reliquie del beato dal convento di Bellegra a Vallinfreda, dove sono state accolte in tarda mattinata dal popolo in processione alla presenza delle autorità civili e religiose, con messa solenne a seguire celebrata dal ministro provinciale, padre Luigi Recchia o.f.m. nella locale chiesa parrocchiale. Un corteo con fiaccolata ha poi accompagnato il “ritorno” dell’urna con le spoglie mortali del Beato nella sua casa natale.
Per consentire al maggior numero possibile di fedeli di venerare le reliquie di fra’ Diego, veniva organizzata la loro esposizione anche nelle chiese di alcuni dei centri vicini che facevano parte dell’itinerario che il Beato percorreva in vita per la sua questua: Vivaro Romano, Riofreddo, Arsoli e Agosta.
Anche se il momento centrale della parte religiosa dei festeggiamenti è stata la messa solenne di domenica mattina 11 agosto, come detto celebrata da mons. Parmeggiani, non sono poi mancati momenti meno religiosi, come conferenze, concerti, mostre, spettacoli teatrali, incontri con i giovani e le famiglie, proiezione di un film sul Beato ed anche una raccolta alimentare per i meno fortunati. A questo proposito l'Associazione "Amici di fra Diego", principale promotore di queste due settimane di eventi, ha offerto vari momenti conviviali per far conoscere agli ospiti alcune tra le più gustose prelibatezze della gastronomia locale.
“Ora non ci resta che attendere il miracolo per la sua proclamazione a Santo”, rivela la presidente dell’Associazione, Giovanna Oddi, il cui trisavolo era fratello del padre del Beato.“ Promuovendo la sua conoscenza, speriamo anche di affrettare i tempi della canonizzazione e comunque è sempre un’opera di bene favorire la diffusione di un modello di vita virtuosa, che è inoltre un potente intercessore in cielo per chi è ancora pellegrino sulla terra”.
San Sisto Papa e Martire, Beato fra’ Diego e Santi e Beati francescani di Bellegra pregate per noi!
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