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Non storico del passato ma profeta dell’avvenire
Celebrare il conte de Maistre a 200 anni dalla morte



Sabato 24 luglio 2021 a Villa Contarini (Piazzola sul Brenta) si è tenuto il convegno storico-commemorativo “IL VENETO E L’ITALIA IN DOSTOEVSKIJ, DANTE E DE MAISTRE”, patrocinato dalla Regione Veneto e alla presenza del sindaco e di altre personalità locali.

Questo il testo della relazione del nostro Guido Vignelli.

Un convertito dal dramma rivoluzionario
Il conte Joseph de Maistre nacque il 1° aprile 1753 a Chambéry, nell’Alta Savoia, allora appartenente al Regno di Sardegna. Divenuto giurista, magistrato e senatore del Regno, giunse alla soglia dei quarant’anni senz’aver fatto nulla di clamoroso. Senonché, nel 1789, scoppiò il grande evento: la Rivoluzione francese.
Molti studiosi si accorsero del pericolo rappresentato da questo evento epocale, ma Maistre fu il primo che non solo lo smascherò nei suoi inganni e nelle sue insidie, ma anche lo denunciò non tanto nei suoi aspetti o nelle sue conseguenze, quanto nelle sue cause e nei suoi fini. Inoltre, egli ebbe il coraggio di combattere quel settarismo che mirava a soggiogare i popoli con la menzogna, la corruzione e la violenza, pagando questa sua lotta con incomprensioni, calunnie, esproprio dei beni ed esilio.

Fin dal 1796, nel suo famoso libretto Considérations sur la France, Maistre denunciò le seguenti caratteristiche della Rivoluzione francese:

1, è un fenomeno radicalmente sovversivo, perché mina le fondamenta della società organica tradizionale, preparando quel declino della civiltà che poi susciterà generazioni di ribelli e selvaggi;
2, realizza un programma fondamentalmente anticristiano, perché mira a distruggere le istituzioni della Cristianità e le basi sociali della Chiesa cattolica;
3, si svolge in un processo unitario, coerente e progressivo, mosso da un interno dinamismo che s’impone anche contro le intenzioni dei suoi protagonisti;
4, è il risultato di una operazione plurisecolare, che traduce il soggettivismo religioso protestante e il razionalismo filosofico illuminista nel naturalismo politico liberale;
5, è favorita da una occulta cospirazione settaria, che ha unito in una comune strategia forze sovversive prima separate tra loro (protestanti, giansenisti, gallicani, illuministi, massoni, democratici).
6, ha una origine pretrnaturale diabolica, per cui può essere vinta principalmente dalle forze soprannaturali contrarie, ossia da quelle religiose cristiane, sia umane che angeliche.

Maistre aveva capito che il fatidico 1789 era l’avvio non solo di una rivoluzione politica ma anche della Rivoluzione totale, ossia di quel processo sovversivo unitario e globale che pretende di abbattere non solo l’ “ordine costituito” ma anche la “realtà costituita”, insomma di ricominciare daccapo la storia, all’insegna del celebre motto: “tutto ciò che esiste dev’essere annientato”.
Questa Rivoluzione, tutt’oggi operante, mira a distruggere la Cristianità per sostituirla con una “repubblica universale” cosmopolita e anarchica, quindi senza patrie, senza famiglie e senza proprietà, ma soprattutto senza Chiesa, senza Cristo e senza Dio. Le sette rivoluzionarie s’illudono di costruire una sorta di nuovo paradiso terrestre mediante l’ “assalto al Cielo”, ossia restituendo all’umanità quei poteri divini finora “alienati” nel trascendente per colpa di un sistema sociale dominato da superstizioni religiose e tirannie politiche1.
Insomma, la Rivoluzione francese costituì una fase decisiva ed esemplare di quella misteriosa lotta tra Chiesa divina e anti-Chiesa satanica che anima le vicende della età contemporanea.



Una famosa frase rivelatrice


Alcuni pensatori hanno mosso al Maistre una critica che ha avuto un certo successo. Secondo loro, la posizione contro-rivoluzionaria del conte si ridurrebbe a “rovesciare” quella rivoluzionaria, recependone l’impostazione e subordinandosi alla sua dialettica.
Ad esempio, il conte avrebbe recepito dall’avversario illuminista l’opposizione “manichea” tra tradizione e modernità; pertanto, la sua strategia sarebbe condannata ad essere sconfitta da quella dell’avversario. Invece, la soluzione starebbe nel superare la contrapposizione tra la tesi rivoluzionaria e l’antitesi contro-rivoluzionaria in una sintesi riconciliatrice che oggi chiameremmo “postmoderna”.
Tuttavia, una capitale e celebre frase del Maistre confuta questa critica svelandone l’equivoco. Nel 1793, il politico liberale Condorcet, temendo la crescente reazione popolare alle violenze del governo giacobino, aveva definito la Contro-Rivoluzione come «una rivoluzione di senso contrario2» . Quattro anni dopo, Maistre gli obiettò che «la Contro-Rivoluzione non sarà affatto una rivoluzione contraria, bensì il contrario della Rivoluzione3» .
Nel XX secolo noti politologi, come Hannah Arendt e Isaiah Berlin, hanno deriso questa definizione riducendola a un banale gioco di parole. In realtà, con questa frase il conte stabilì una distinzione fondamentale che ancor oggi, da una parte, ci evita di cadere nelle trappole delle false alternative alla crisi moderna, dall’altra parte, ci permette d’impostare un programma di restaurazione dell’ordine naturale e cristiano.

Evitare le trappole delle false alternative

Secondo Maistre, non è possibile vincere un aspetto o una fazione della Rivoluzione opponendole un suo altro aspetto o fazione, anche se sono di segno opposto.
Quindi, il contro-rivoluzionario eviterà di combattere errori e vizi “progressisti” favorendo errori e vizi “reazionari”.
Ad esempio, il razionalismo non si vince con l’irrazionalismo, o il fanatismo con lo scetticismo, o il rigorismo con il permissivismo, o il liberalismo con il socialismo, o il comunismo con la socialdemocrazia, o il nazionalismo con il cosmopolitismo, o il globalismo con il localismo, o la tecnocrazia con l’ecologismo, o l’umanesimo col transumanesimo. Sono tutti casi di false alternative che, sebbene talvolta sembrino combattersi, in realtà si sostengono a vicenda.
Peggio ancora è tentare una sintesi tra due rivoluzioni di segno opposto, come hanno fatto la social-democrazia, il liberal-socialismo, il nazional-socialismo, la rivoluzione conservatrice, il personalismo comunitario, il global-localismo, il nichilismo costruttivo, etc.
Tantomeno si può risolvere la crisi tentando una “via media” compromissoria che pretenda di conciliare l’inconciliabile, ad esempio la Chiesa con le sette o la Tradizione con la Rivoluzione, promuovendo una rivoluzione “moderata, graduale e indolore”, come ha fatto il fallimentare movimento democristiano.
Secondo Maistre, il contro-rivoluzionario non è un conservatore, perché una conservazione comporterebbe stabilizzare una rivoluzione già avvenuta; egli non è nemmeno un reazionario, perché una Rivoluzione «non può finire con un ritorno all’antico stato di cose, evidentemente impossibile, ma con il risanamento della situazione in cui siamo caduti4» .
Pertanto, il contro-rivoluzionario progetta una terapia che susciti nella società gli anticorpi capaci di eliminare la malattia alla radice, evitando logoranti rinvii e pericolosi compromessi, e tenta un’azione culturale, sociale e politica che restauri le verità e virtù naturali e cristiane negate e combattute dai rivoluzionari di opposti schieramenti.

Un programma rigoroso e fiducioso


Spesso, il pensiero contro-rivoluzionario viene accusato di essere solo “negativo”, nel senso ch’esso sarebbe abile nel criticare e confutare le ideologie e le utopie progressiste, ma incapace di elaborare una proposta costruttiva che superi il mero contrasto a quella rivoluzionaria.
Anche quest’accusa risulta ingiusta. Il programma contro-rivoluzionario di riscossa e rivincita si fonda su un’affermazione sovrana. Afferma cioè che Dio come Creatore e Legislatore, e in particolare di Gesù Cristo come Redentore e Santificatore, sono signori dell’uomo, della società e della storia; afferma che la divina Provvidenza deve governare il mondo sia spirituale che materiale, sia individuale che sociale; afferma che il diritto cristiano deve plasmare quello umano. In concreto, il programma del conte de Maistre è propositivo e costruttivo, mira a riaffermare la genuina sapienza cristiana e a ricondurre la storia dell’umanità contemporanea nell’alveo della storia sacra, ossia in quella della Santa Chiesa Cattolica.
A questo scopo, non serve rifugiarsi in un astratto intellettualismo che elude la realtà, o in un vacuo estetismo che si estrania dalla storia, o in un falso misticismo che fugge dal mondo; non serve nemmeno limitarsi a difendere la declinante vita privata cristiana dalla crescente offensiva pubblica sovversiva. Non basta reprimere le conseguenze della Rivoluzione globale, bensì bisogna rimuovere le cause che l’hanno provocata o favorita, cause che, prima di essere economiche, sono politiche e prima ancora sono spirituali e morali.
La residua Cristianità potrà salvarsi dalla rovina e vincere le forze tenebrose solo se lo spirito contro-rivoluzionario s’incarnerà nelle umane vicende e combatterà il nemico sul suo terreno di azione, ossia nel tempo e nello spazio, nelle menti e nei cuori, negl’individui e nelle società, usando ogni mezzo spiritualmente efficace e moralmente lecito, compresi gli strumenti messi a disposizione dalle scoperte scientifiche e dalle invenzioni tecnologiche.

La figura umana del conte


Il poeta Lamartine ci ha lasciato questo espressivo ritratto dell’anziano conte de Maistre: «Era un uomo di alta statura, dalla bella e virile figura. Il suo occhio era puro, vivo, franco. La sua bocca aveva quell’abituale espressione di fine umorismo tipico della sua stirpe. Il suo portamento manifestava la dignità del suo rango, del suo pensiero, della sua età. Era impossibile vederlo senza restarne colpiti, consci d’incontrare un grande personaggio».
Il conte fu estrema incarnazione dello spirito aristocratico dell’Ancien Régime. In lui, la squisita raffinatezza dei modi e il sottile umorismo del linguaggio moderavano il rigore dei princìpi, l’austerità dei costumi e il vigore dell’azione; il suo carattere, forgiato da lunghe e dure prove, dava l’impressione di una serena grandezza che conquistava l’interlocutore senza intimorirlo. Spirito eletto, profondo pensatore, grande letterato, affascinante polemista dallo stile brillante ma incisivo, la sua penna e la sua conversazione erano tanto ricercate dagli amici quanto temute dai nemici.
Sia come uomo sia come scrittore, Maistre era l’esatto rovescio di quel Voltaire, al quale viene spesso paragonato per contrapposizione. In realtà, Voltaire eccelleva nell’arte scellerata di banalizzare e avvilire tutto usando sarcasmo, invettiva e calunnia. Maistre invece sapeva abbellire e nobilitare ogni argomento di cui parlasse o scrivesse, portando al culmine quella politesse che era vanto della civiltà del suo tempo e che oggi è andata quasi del tutto persa nella barbarie in cui siamo ricaduti. Inoltre, evitando la mania della specializzazione, nei suoi discorsi il conte univa storia e filosofia, politica e teologia, scienza e letteratura, sposandole in un’armonica visione del mondo che era animata dalla sua fede nella Divina Provvidenza.

Il lungo e proficuo soggiorno in Russia

Durante il suo lungo soggiorno in Russia, come ambasciatore del Regno sabaudo presso la corte dello Zar Alessandro I, Maistre uscì dall’isolamento diplomatico usando le sue migliori capacità: la brillante conversazione nei salotti culturali e nei circoli politici; la incisiva stesura di lettere, resoconti e opuscoli per le Corti europee.
In questo modo, il conte riuscì ad ottenere crescente successo presso alcuni ambienti dell’aristocrazia russa e una certa influenza sulla diplomazia zarista, approfittandosi del provvidenziale svolgersi degli avvenimenti internazionali.
In quegli anni, Maistre pubblicò opere di successo che ebbero grande influenza nel panorama europeo. Su richiesta dell’esule Re francese Luigi XVIII, mediante i circoli degli emigrati legittimisti, il conte riuscì a diffondere un Memoriale sull’attuale situazione dell’Europa (1804), nel quale contestò l’imperiale despotismo del Bonaparte (chiamato “nuovo Tamerlano”) ed esortò le Corti ad allearsi per rovesciarne il dominio sempre più arrogante e devastante.
Il fitto epistolario e i numerosi dispacci del conte sulla situazione russa nel contesto europeo5 dimostravano notevoli capacità di analisi e di previsione politica; essi erano ignorati dal Re sabaudo ma attentamente considerati dallo Zar russo, del quale Maistre diventò prima consulente, poi consigliere di fiducia. In questo modo, il conte contribuì a orientare in senso anti-rivoluzionario la politica imperiale e a ostacolare le manovre sovversive tentate dalla Massoneria internazionale mediante i circoli liberali russi.
Ad esempio, egli neutralizzò l’influenza di un ministro dello Zar, l’illuminista Speranski, seguace di Kant, che proponeva di riformare l’impero in senso razionalista e secolarizzante, imponendo un insegnamento unico statale e laicizzato; contro di lui, Maistre pubblicò nel 1811 il Memoriale sulla libertà dell’insegnamento, nel quale difese il ruolo del Cristianesimo nella formazione culturale dei giovani.
Contemporaneamente, il conte incoraggiò lo Zar a rompere l’alleanza con la Francia e ad aderire a quella lega anti-napoleonica che, pochi anni dopo, sconfisse le armate rivoluzionarie e rese possibile la cosiddetta “Restaurazione”. Successivamente, le potenze cristiane stesero il patto di una “Santa Alleanza” contro le rivoluzioni liberali. Questo patto risente in parte dell’aspirazione a quella Nova Christianitas restauratrice che il conte avrebbe voluto guidata dal Papa. Ma la Santa Sede giustamente eluse la proposta per colpa dei presupposti religiosi equivocamente “ecumenici” impliciti nell’Alleanza stessa.
Il conte espresse più volte la convinzione che la Russia avrebbe svolto un ruolo sempre maggiore nel continente europeo e che, se fosse tornata all’unità religiosa cattolica, avrebbe potentemente favorito la restaurazione della Cristianità e la diffusione della Fede nel mondo. Questa previsione risulta da scritti come Quattro capitoli sulla Russia e Sulla situazione del Cristianesimo in Europa, ultimo testo rivolto allo Zar e datato maggio 1819.
Usando accortamente la propria influenza, Maistre riuscì a migliorare la posizione della Compagnia di Gesù in seno all’impero russo6 , ricevette dallo Zar la promessa di autorizzare la fondazione di una università cattolica, favorì la conversione al Cattolicesimo di alcune personalità del regno, difendendo il diritto dei nobili russi a “tornare a Roma” senza essere per questo emarginati o perseguitati come nemici della patria.
Tuttavia, col tempo, il poco prudente apostolato in favore del Papato tentato dal circolo cattolico di San Pietroburgo suscitò l’ostilità del locale clero “ortodosso”, per cui nella Corte zarista tornò a prevalere il partito antiromano. Infine, il conte fu coinvolto nella polemica suscitata dalla conversione cattolica del giovane nipote del principe e ministro Galitzin. Il volubile e sospettoso Zar approfittò di questo scandalo per espellere i gesuiti dall’impero russo (1816) e l’anno dopo, sia pure con rammarico, rinviò Maistre a Torino dal suo Re sabaudo.
Tuttavia, il circolo culturale fondato dal conte a San Pietroburgo gli sopravvisse ed ebbe una certa influenza, facilitata dal fatto che sia Xavier, fratello minore del conte e noto letterato, sia Rodolphe, figlio primogenito del conte e suo primo biografo, erano rimasti in Russia come ufficiali dello Zar.

Incomprensioni ed emarginazioni


Comunque sia, nel frattempo, la situazione europea si era rovesciata: Bonaparte era stato definitivamente sconfitto e la sospirata “Restaurazione” era iniziata. Con la sua azione propagandistica e diplomatica svolta su alcune corti europee, soprattutto su quella russa, Maistre aveva favorito la fine di “Tamerlano” e il ritorno dei legittimi Governi.
Eppure, il rigore morale e giuridico del conte era più temuto che stimato da quei sovrani che aveva lealmente servito nell’esilio e nelle ristrettezze economiche. Preferendo l’abilità diplomatica del Talleyrand alla sapienza politica del Maistre, i monarchi prima lo esclusero dal Congresso di Vienna, poi lo emarginarono dal processo di restaurazione della legittimità, concedendogli di svolgere solo un ruolo governativo prestigioso ma ininfluente.
De Bonald commentò questa emarginazione con amarezza: «uomini come lui, che per i loro sentimenti appartengono al passato e per i loro pensieri appartengono all’avvenire, difficilmente trovano posto nel presente»; Chateaubriand confortò il conte con queste parole: «lei ha dalla sua parte tutto ciò che vale: la gente saggia, la gente onesta e la loro posterità».
Joseph de Maistre morì a Torino il 26 febbraio 1821, due secoli fa. Se, da vivo, egli aveva subìto una damnatio famae da parte dei suoi nemici, da morto subì una damnatio memoriae perfino da parte di alcuni suoi discepoli o eredi, i quali abbandonarono la scomoda battaglia contro-rivoluzionaria per aderire a un più comodo democratismo o democristianismo. Ancora durante la seconda metà del XX secolo, la cultura cattolica ufficiale ha tentato di cancellare la testimonianza del pensatore sabaudo. Ma la famiglia de Maistre restò fedele alla buona causa e i suoi discendenti militarono tra le fila del Cattolicesimo intransigente.

L’eredità di un vero “maistre”

Tuttavia, oggi molti ammettono che Maistre ha fatto onore al proprio cognome: ossia, egli è stato davvero maestro di saggezza filosofica, di rigore morale e di acume politico. Se ieri egli era disprezzato come un nostalgico “profeta del passato”, oggi invece appare come un lungimirante “storico dell’avvenire7” . Infatti, il conte non solo seppe diagnosticare la malattia rivoluzionaria, prevedendone le tragiche conseguenze che oggi ci tormentano, ma seppe anche intuire le condizioni basilari della sua terapia.
Secondo il francese Saint-Beuve, «gli avvenimenti hanno messo sempre più in luce l’altezza delle sue vedute, la perspicacia dei suoi timori, la saggezza di alcuni suoi rimpianti. (…) Bisogna riconoscere in lui uno di quelli che, illuminandoci sullo spirito organizzativo delle società antiche, fanno più meditare sui destini e sulla direzione futura delle società moderne8» . Secondo il russo Berdjaev, l’opera del conte «rappresentò un’attività anticipatrice che fecondò tutto il pensiero del secolo a venire9>» .
L’esempio del Maistre contribuì alla rinascita degli studi apologetici e politici in ambito cattolico, dopo un lungo periodo in cui erano stati trascurati o subordinati a correnti di pensiero estranee o avverse alla Chiesa10. In tal modo, egli preparò quelle condanne ecclesiastiche del naturalismo, del liberalismo, del democratismo e del socialismo, poi formulate da papi del XIX e del XX secolo, alcuni dei quali lo considerarono come un “profeta” inviato da Dio per illuminare la Cristianità in un’epoca tenebrosa.
Insomma, Maistre può essere considerato come il primo dottore di quella Contro-Rivoluzione cristiana cattolica che dimostra tuttora una lucidità e vitalità mossa da soprannaturale fiducia. Infatti, se la storia è governata dalla divina Provvidenza, il Redentore permette i mali più gravi solo al fine di accrescere la propria gloria punendo disordini ed apostasie, risanando l’umanità, purificando la Chiesa e aumentando i meriti dei fedeli.
Lungo la sua vita, Maistre mantenne piena fiducia nel governo della divina Provvidenza perché, come disse il vescovo francese Bossuet, «quando Dio vuol farci vedere che una impresa è solo opera delle proprie mani, Egli dapprima riduce tutto all’impotenza, ma poi agisce». Tuttavia, Maistre ammoniva che «l’uomo deve pregare come se non avesse nessun potere, ma deve anche agire come se potesse fare tutto11».
Come e ancor più del conte, oggi siamo convinti che «la stessa lunga durata della Rivoluzione ci annuncia una Contro-Rivoluzione di cui non si ha l’idea12» . La terribile offensiva rivoluzionaria oggi al culmine sta involontariamente preparando una riscossa della Chiesa tale, da permettere la costruzione di una civiltà cristiana che, ammaestrata dagli errori e dalle colpe commessi, farà sbiadire il ricordo degli splendori medioevali.
Maistre confessò che «è dolce, in mezzo alla generale sovversione, presentire i piani della Divinità13» . Anche noi oggi possiamo dire che, nell’attuale confusione determinata dal fallimento della Modernità e dalla crisi della post-modernità, “è dolce presentire i piani divini”, con i quali Gesù Cristo sconfiggerà i suoi nemici e restaurerà il suo Regno. Del resto, Egli stesso lo promise a santa Margherita Maria Alacoque alla fine del XVII secolo e la Madonna lo preannunciò ai tre pastorelli di Fatima all’inizio del XX secolo.

1 La più chiara e sintetica denuncia di questo processo resta quella fatta nel 1959 da P. Corrêa de Oliveira nel suo celebre Rivoluzione e Contro-rivoluzione, Sugarco, Milano 2009.
2 J. A. de Condorcet, Sur le sens du mot révolutionnaire, in Id., Oeuvres, Paris 1849, vol. XII, pp. 615-623.
3 J. de Maistre, Considerazioni sulla Francia, Il Giglio, Napoli 2010, cap. X.
4 J. de Maistre, Oeuvres complètes, Vitte, Paris, vol. XI, p. 352.
5 J. de Maistre, Napoleone, la Russia, l'Europa. Dispacci da Pietroburgo (1811-1813) , Donzelli, Roma 1994.
6 Ricordiamo infatti che, dopo essere stata soppressa dal Papa per le pressioni di alcuni monarchi cattolici, la Compagnia di Gesù era stata paradossalmente ospitata da alcuni monarchi non cattolici come Federico di Prussia e Caterina di Russia.
7 J. C. Gignoux, Joseph de Maistre, prophète du passé, historien de l’avenir, Nouvelles Editions Latines, Paris 1963.
8 C. A. de Saint-Beuve, Uomini della Restaurazione, Sansoni, Firenze 1954, p. 99.
9 N. Berdjaev, Nuovo medioevo, Fazi, Roma p. 67.
10 Cfr. E. Passerin d’Entrèves, Maistre Joseph, voce nella Enciclopedia Cattolica, Città del Vaticano 1950, vol. VII, col. 1782.
11 J. de Maistre, Le serate di Pietroburgo, Rusconi, Milano 1972, p. 568.
12 J. de Maistre, Considerazioni sulla Francia, cap. II.
13 J. de Maistre, Considerazioni sulla Francia, cap. III.
J. de Maistre, Considerazioni sulla Francia, cap. III.



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